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Storie di vita / Rossana: da Campobasso a Roma per i diritti LGBT. Un Pride in Molise? “Solo se si è in grado di coinvolgere la comunità”

ROSSANA_PRAITANO

Rossana Praitano

LUDOVICA COLANGELO

È di Campobasso, ha 50 anni e vive a Roma, dove lavora in banca. Da vent’anni però dedica il suo tmepo libero all’attivismo e alla lotta dei diritti LGBT. Per 11 anni è stata anche presidente del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e nel corso della sua attività si è occupata di molti temi, come quello dell’Aids. Abbiamo incontrato Rossana Praitano con cui abbiamo affrontato il tema anche in relazione al Molise e alla città di Campobasso, dove in tanti vorrebbero si tenesse un nuovo Pride.

Rossana, lei lavora in banca. I suoi colleghi e clienti cosa dicono di ciò che ha appena raccontato? “In realtà in banca sono venuti a conoscenza dell’attività che svolgo, al di fuori dell’orario di lavoro, quando sono diventata presidente dell’associazione Mario Mieli. Capitava, infatti, che la stampa locale riportasse mie interviste o foto. Nel primo periodo le reazioni sono state positive e di curiosità. I miei colleghi spesso si sono dimostrati collaborativi nei miei confronti. Mi riferisco, ad esempio, al caso in cui mi servisse all’improvviso un permesso diurno. L’appoggio che ricevo forse è legato alla tematica per cui mi batto e al fatto di vedere una collega che riesce a fare qualcosa per la città. Mi rendo conto, però, di essere una privilegiata e che la mia visibilità associata al mio essere determinata rende difficile l’ostilità nei miei confronti. Conosco, infatti, persone che hanno molta difficoltà nel luogo di lavoro”.

Com’è il rapporto con sua madre? Buono, non solo con mia madre ma con tutta la famiglia. Ho 50 anni e, 30 anni fa, non si parlava in modo tranquillo dell’omosessualità. Come il tempo ha cambiato il modo che il mondo ha di approcciarsi a determinate tematiche così è mutato anche quello dei miei affetti. Coloro che hanno delle difficoltà, a causa del proprio orientamento sessuale, devono vivere con più serenità la situazione. È, infatti, solo questo il modo per essere accettati”.

Quanto fanno male le offese? “Molto, anche se ne ho ricevute pochissime. Non tutti sono fortunati  e circondati da persone aperte come è accaduto a me. Le offese, le parole o gli atti di ostilità non solo fanno male, ma possono condizionare le scelte quotidiane di chi subisce. Ciò soprattutto nei piccoli centri. Nelle grandi città, infatti, l’autore dell’offesa è uno sconosciuto e così, pur facendo male, non è condizionante”.

Cosa pensa dello striscione a favore dell’organo genitale femminile apparso nel Pride di Latina? “Quest’anno, a differenza di ciò che accadeva in passato, mi sono limitata a Roma. Latina è una provincia non facile. Ritengo quest’atto un’idiozia che qualcuno si è permesso di fare in una città più chiusa rispetto ad altre. Penso che sia stata un’iniziativa volgare verso tutte le donne”.

Ha qualche Pride che porta nel cuore? “Quelli organizzati come presidente dell’associazione Mario Mieli. Tra questi menziono l’Europride di Varsavia. La manifestazione si svolse tra un’ala di poliziotti. La città polacca è molto ostile e quel giorno c’era un caldo disumano. Io ero presente poiché l’anno successivo, ossia nel 2011, Roma avrebbe dovuto ospitare l’Europride e, così, una delegazione dell’associazione Mario Mieli partì dalla capitale per raccogliere il testimone. La Polonia ha una rigidità religiosa e una storia complessa. Fu, però, una grossa soddisfazione, perché abbiamo aiutato persone che fecero un grande atto di coraggio. Da citare è quello del 1994 a Roma. Si tratta del primo Pride a cui ho partecipato come spettatrice. Giunsero, nella capitale, persone da tutta Italia. In termini di numeri fu irrilevante rispetto a quelli degli ultimi anni ma portò gioia e fu una scommessa vinta. Non si può dimenticare, infine, il già citato Europride di Roma. Non solo perché io all’epoca  ero presidente dell’associazione Mieli e, ad organizzare l’evento fu proprio il circolo da me diretto, ma anche perché si registrarono  numeri impressionanti e ci fu la partecipazione di persone molto note come Lady Gaga”.

Le piacerebbe essere mamma? “A 50 anni no. Non mi ritengo anziana ma neanche abbastanza giovane. Per come intendo la vita io non lo farei. Se oggi avessi 30/40 anni forse ci penserei. Ritengo, infatti, che i figli siano un meccanismo di come si crescono e, quindi, che la capacità nasca dalla testa della madre/padre non dall’orientamento partener”.

A questo punto la Rossana tenace, sempre combattiva e ricca di episodi da raccontare lascia spazio ad un altro lato della sua personalità. Si tratta di quella parte che non sempre si scopre poiché legata alle ferite e ai dispiacere più profondi. E così su qualche storia particolare, incrociata in due decenni di attività, Rossana racconta di “un ragazzo che, 3 o 4 anni fa, si è suicidato”. “Sono stata tanto male, – dice – era molto giovane e mi è restato un amaro dentro. Non ho compreso il suo malessere interiore e questo mi addolora. Aggiungerei anche alcune storie di amici che hanno avuto l’Aids, negli anni novanta, e non ce l’hanno fatta”.

Ha collaborato all’organizzazione di tanti Pride. Secondo lei Campobasso ha i requisiti per accogliere una manifestazione del genere? “Sì e no. Il capoluogo molisano non è retrogrado come altri piccoli centri. Il Molise è una regione quieta e accogliente. Per creare una base solida e una manifestazione che porti frutti fecondi, però, è necessario che i diretti interessati coinvolgano la città. Basta anche collaborare con alcuni pezzi del capoluogo come associazioni. Si può fare se le persone del posto, direttamente interessate, sono in grado di coinvolgere la città. Io sicuramente prenderei parte all’evento. Campobasso è la mia città e gli impegni passerebbero  in secondo ordine. Penso, inoltre, che i Pride facciano bene alle città. Si tratta, infatti, di una festa non solo nel senso di gioia ma anche di apertura. È da ciò che nascono le esagerazioni. Queste sono funzionali. Un Pride in giacca e cravatta, infatti, sarebbe un ossimoro”.

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