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Sarahah e quell’onestà trasformata in violenza verbale. L’esperimento social del molisano Francesco Angeli per prestare attenzione al cyberbullismo

FRANCESCO_ANGELI

Il molisano Francesco Angeli

LUDOVICA COLANGELO

“Siamo l’esercito del selfie, di chi si abbronza con l’iPhone” cita uno dei tormentoni musicali dell’estate 2017. Quale frase migliore per spiegare il rapporto che molto spesso lega la maggior parte dei cybernauti al mondo della rete e, soprattutto, dei social. Negli ultimi tempi, però, al problema del legame tra la realtà e ciò che, invece, è virtuale, si aggiunge quello legato all’abuso  di alcuni privilegi che il mondo dietro lo schermo può offrire.  Esempio lampante di ciò è Sarahah, il fenomeno del momento.

Si tratta di un’app, creata dal ventinovenne saudita Zain al-Abidin Tawfiq, nata per dare la possibilità di “essere onesti nei giudizi” e, in modo particolare, con l’obiettivo di offrire ai lavoratori la facoltà di esprimere critiche in incognito, possibilmente costruttive, sui datori e sulle aziende. Uno scopo nobile, che però in brevissimo tempo ha trasformato tale app in un contenitore di offese, rivolte non solo a coloro con cui si ha un rapporto professionale.

Consapevole di ciò è Francesco Angeli, il molisano presidente dell’Arcigay di Roma, che, ha voluto effettuare per 48 ore un esperimento social, dimostrando come, pur non avendo ricevuto offese relative all’orientamento sessuale, Sarahah lascia il campo libero al cyberbullismo e si trasforma in un pericolo soprattutto per i più giovani.

Di insulti omofobi non ne ho ricevuti. Non avendo, però, tra gli amici di Facebok molte persone non gay e avendo dei limiti di pubblicazione per quei post. Sicuramente  – ha raccontato Francesco –  Sarahah è uno dei mezzi più fertili per il cyberbullismo, anche in chiave omofoba, visto che permette l’anonimato. È sulla scia di quei social come Ask che dovrebbero impegnarsi a mettere in atto misure di controllo. In alcuni casi, infatti, tali strumenti possono danneggiare le fasce adolescenziali, soprattutto per quelle discriminazioni che producono isolamento come l’omofobia”.

L’applicazione il cui nome, in arabo, significa “onestà” segue anche la scia dei tanti commenti negativi che, da settimane, stanno colpendo, attraverso Facebook, Laura Boldrini. La terza carica dello stato, ospite in Molise lo scorso aprile, infatti, ogni giorno è protagonista di offese, insulti e tanto altro tali da toccare non solo le decisioni politiche ma anche la sua vita personale.

A fare da scudo agli amanti della rete è lo schermo che, pur non permettendo l’anonimato, garantisce la poca identificazione tra la massa.

Ma, dunque, forse è il caso di ritornare a comprendere cosa significhi davvero la parola “onestà”?

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