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Storie di giovani / Il cantautore campobassano Stefano Di Nucci tra i finalisti del Premio Lunezia. “Quando sono triste scrivo di più. La banalità e la noia mi fanno paura”

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Stefano Di Nucci – Foto Luigia Gesualdo

LUDOVICA COLANGELO

Capelli scompigliati, occhi grandi e abiti colorati che attirano l’attenzione. Sono queste le caratteristiche che subito saltano agli occhi di Stefano Di Nucci, il campobassano tra i finalisti del Premio Lunezia 2017. Si tratta di un Festival che ogni anno si tiene a Marina di Carrara. Proprio l’edizione di quest’anno ha intensificato lo spazio dedicato alle Nuove Proposte. Sotto la direzione artistica di Loredana D’Anghera, questa volta i finalisti che conquisteranno il palco si esibiranno dinanzi a numerosi produttori e big della musica che si sono impegnati a offrire una collaborazione ai giovani talenti. Tra questi ci sono sono Cesare Chiodo, musicista e produttore dei più grandi nomi della scena italiana, Mariella Nava, autrice e cantante, la talent-scout, cantante, docente Grazia Di Michele, il cantautore Bungaro e Fabrizio Moro che offrirà al vincitore la possibilità di aprire i suoi concerti.

A pochi giorni dall’importante esibizione incontriamo il 34enne campobassano che, dietro tanta originalità cela un velo di timidezza, proprio di chi è pronto ad affrontare questa prova con estrema umiltà.

Il prossimo 21 luglio sarai tra i partecipanti alla finale del Premio Lunezia 2017. Com’è nato il percorso che ti ha portato al Festival che si terrà a Marina di Carrara? “Navigando in internet ho saputo del concorso e ho pensato di inviare due canzoni scritte da me. A Roma ho superato la semifinale e, così, tra qualche giorno concorrerò per la vittoria del premio. Questa volta è andata bene, ma tante altre volte è capitato che io abbia spedito i testi senza avere alcuna risposta, oppure abbia avuto un riscontro solo fino ad un certo punto. Tra i festival a cui ho partecipato ci sono ad esempio l’Arezzo Wave e Controradio a Firenze. Ora, però, è stato davvero un bel traguardo”.

Dalle tue parole è come se ti sentissi già un vincitore. Certo. È strano far sentire delle canzoni, nate tra le pareti della propria casa, a chi, in questo periodo, gestisce la musica italiana. Saranno presenti, infatti, artisti molto conosciuti. Nella serata in cui mi esibirò io, ad esempio, la presentatrice sarà Platinette. Perciò, non ho bisogno di sapere come andrà a finire. È ovvio che se vincerò sarà meglio, ma aver avuto la possibilità di partecipare mi basta già. Il primo classificato avrà la possibilità di aprire i concerti di Fabrizio Moro e per tutti i finalisti ci saranno delle opportunità di diverso tipo”.

Di cosa parla il testo con il quale hai partecipato al Festival? “Si intitola ‘I puntini sulle i’, poiché racconta dei puntini che, quando si scrivono delle cose, girano sul foglio. Il luogo di partenza è il fondo della pagina, dove i puntini rappresentano dei segni di sospensione. Si tratta degli stessi che finiscono sulle lettere i, per poi divenire fucili”.

Cantautore e musicista: dalla chitarra, al pianoforte, al basso elettrico. Da cosa nasce il legame con la musica? “In realtà non saprei dirlo con precisione. Quando ero bambino, però, mi attraevano le smorfie che mio zio faceva, con il viso, mentre suonava. Mi domandavo il motivo di questa cosa che, in realtà, ancora non ho compreso. Ecco, probabilmente posso dire che mi piace la musica per le smorfie”.

Nella vita sei un musicoterapista. Da dove nasce questa professione?Posso dire di aver scelto la professione che svolgo. Mi sono appassionato a questo tipo di cura dopo esser rimasto affascinato dal modo in cui un teatroterapista riusciva a comunicare con chi ha delle difficoltà. La mia formazione è avvenuta ad Assisi ed ora lavoro a Campobasso. Nella vita, inoltre, suono le mie canzoni insieme ad un gruppo. Facciamo bella musica”.

Se dovessi giudicare la tua musica e i tuoi testi? Di sicuro sarei molto positivo nel giudizio. Credo che ognuno debba credere in ciò che fa. Esteticamente la mia musica è bella, ma con questo non voglio assolutamente dire che debba piacere anche agli altri”.

Ti esibisci anche nei locali?Sì. Accadono tante cose durante le serate. Mi riferisco sia ad eventi belli che brutti. In dei casi, infatti, abbiamo dei riscontri positivi. C’è chi a fine serata decide di farci i complimenti di persona oppure, delle volte, noto dei piccoli gesti che mi fanno stare bene. Delle volte, però, questo che ho appena detto accade di meno. Ad esempio è successo che, mentre mi esibivo in un locale, suonavo seduto e c’era un ragazzo in piedi. Questo  non solo mi dava le spalle, ma il suo posteriore si trovava anche a livello del mio volto. Insomma, quell’episodio  non fu molto bello, soprattutto perchè stavo cantando la mia tristezza, il mio malessere”.

Le tue canzoni non sono gioiose? “Sono sincero, non molto. Quando sono triste sono più produttivo. Si dice, infatti, che quando non si è molto felici si scrive di più. In questa cosa sono banale”.

Hai paura della banalità?Molto. Io, inoltre, vivo in una città piccola dove il rischio di omologarsi è molto alto. Campobasso, infatti, se non si sta attenti ti afferra per le caviglie e ti conduce nella banalità. Il giovedì si va là, il venerdì anche e pure il sabato. Credo che se avessi vissuto in un luogo come Milano avrei meno paura della banalità. A riguardo, infatti, ho scritto anche una canzone che si intitola ‘La noia degli arrosticini’.

Hai 34 anni. Come immagini il tuo futuro? “Non lo so. Non conta dove vivrò o altre cose. L’importante è sempre non annoiarsi”.

Qual è la ricetta per non annoiarsi mai? “Leggere, cantare, saltare”.

Cosa intendi per saltare? “Io quando termino un testo salto e corro intorno alla camera. Nel saltare, per un decimo di secondo, i piedi si sollevano dalla terra. Ecco esattamente cosa intendo e come mi sento in quei momenti”.

Le braccia di Stefano, a questo punto, iniziano a fare dei movimenti circolari e suoi grandi occhi si spalancano come quelli di un bambino mentre guarda qualcosa di bello. È come se il giovane molisano volesse rappresentare attraverso i gesti la gioia provata in quei precisi attimi.

Non hai paura di essere troppo diverso?Non credo di esserlo o meglio, sono fuori dagli schemi ma al giusto punto. Indosso, ad esempio, le scarpette da ginnastica come tanti altri e, anche se da poco, utilizzo Whatsapp. Mi rendo conto, però, che in alcuni casi esagero. Mi riferisco, ad esempio, al fatto che mi rifiuto di utilizzare i social. Questo non va bene perché io vivo nell’era del web. Su Facebook è presente una pagina dedicata a me come artista, ma non la gestisco personalmente”.

Stefano, proprio mentre dice di non essere troppo fuori dal comune, cambia la postura per l’ennesima volta nel corso di un’ora, dando le spalle a chi gli è dinanzi.

A cosa pensi in questo momento?Che si stanno accorciando le giornate ed è già sera”.

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