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Oreste Sbarra e il suo legame con la musica e il Molise: “Una linfa, il mio ossigeno. Nella nostra terra si possono fare grandi cose”

Oreste Sbarra

Oreste Sbarra

LUDOVICA COLANGELO

“Per me è come una linfa, rappresenta il mio ossigeno”. Sono queste le parole che Oreste Sbarra, batterista e insegnante molisano, utilizza per descrivere il legame nei confronti della musica.

Un rapporto  che inizia con un bambino intento a utilizzare il vocabolario come batteria e un ragazzo che si divide tra i corsi del conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso e le lezioni dal maestro Ettore Mancini a Roma, fino a vedere un uomo suonare su molti palchi importanti come accaduto, lo scorso luglio, al Montreux Jazz Festival. Uno dei più importanti eventi di musica jazz, in Europa e non solo, che si svolge ogni anno in Svizzera e che ha ospitato numerosi artisti come il compositore e trombettista Miles Davis e la cantante non che, attivista per i diritti civili negli stati Uniti, Nina Simone.

Oreste Sbarra quando ha iniziato a suonare nei concerti live?  “Li faccio dall’età di 14 anni e da allora non ho mai smesso. Il primo lavoro noto, però, è stato con le Percussioni Ketoniche, con cui collaboro tutt’ora. A seguire, sono arrivati i Riserva Moac, gruppo con il quale ho realizzato due dischi, e lo scorso anno sono stato il primo molisano a suonare al Montreux Jazz Festival”.

È possibile descrivere, attraverso le parole, le emozioni che ha provato nei concerti? “Non so, forse non è possibile. Quando suono chiudo gli occhi e viaggio, mi lascio trasportare dalla musica. Alcune volte mi emoziono molto, perché dei brani mi toccano l’anima. Questo accade soprattutto quando collaboro con persone che suonano per amore e non per fini economici, come capita spesso in Molise”.

Il batterista molisano, nel parlare delle sensazioni che le note possono donare, con occhi luminosi, si porta le mani al petto, come se volesse tirar fuori dal corpo e far vedere concretamente ogni brivido provato grazie alla musica.

Un concerto che l’ha segnata particolarmente? “Il primo maggio a Roma nel 2006, insieme ai Riserva Moac. A Piazza San Giovanni, quell’anno, c’erano quasi un milione di persone. I primi venti secondi furono micidiali. Avevo il compito di attivare la barra spaziatrice per far partire il metronomo e io non ricordavo più dove si trovasse il pulsante. Ai Riserva Moac, in realtà, devo tanto”.

In che senso ritiene di dover essere grato ai Riserva Moac? “Perché, attraverso questo gruppo, ho preso parte a festival molto noti sia in Italia che all’estero. Un altro da poter citare è quello di Sanremo”.

Una passione, quella di Oreste per la musica, che non si conclude sui palchi, ma si pone anche al servizio di molti giovani.

Il suo viaggio con la batteria termina nei concerti live? No, da dodici anni insegno percussioni all’Istituto ‘Magliano’ di Larino. Sto ottenendo, inoltre, molte soddisfazioni con i  miei allievi. Ad esempio, insieme agli altri tre insegnanti di strumento, il 9 maggio ci siamo recati a Policoro con un coro di 70 bimbi delle scuole elementari e un gruppo di 60 musicisti, tra medie e superiori. La signora Spadolini, appena ci ha visti, ci ha scelti per fare la diretta su RaiNews24. In Italia, purtroppo, suonare durante i concerti non basta per condurre una vita dignitosa. Io mi ritengo fortunato perché, in ogni caso, il mio lavoro è legato alla musica”.

Lei sta affermando che, in Italia, le porte per la musica non sono spalancate? “Sì. In Francia, ad esempio, ai musicisti vengono pagati anche i contributi. In Italia, invece, già è una fortuna se ci vengono retribuite le serate. Io ho avuto la grande fortuna di aver conosciuto persone come il bassista Claudio Citarella, che hanno fatto da ponte tra me ed altri artisti con i quali ho lavorato. È, ad esempio, grazie a lui che ho suonato, dal primo al sedici luglio dello scorso anno, al Montreux Jazz Festival”.

In Molise com’è la situazione? “Penso che il Molise, riguardo gli eventi, pecchi di organizzazione e pubblicità. Ad esempio ho realizzato tre eventi con Luciano del Gaudio, Claudio Citarella, e Ivan Bridon. Tutti artisti reduci, come me, dalla Svizzera. Uno a Isernia presso il locale Le Cave, l’altro si è svolto a Campobasso presso il Brikout che, a settembre, chiuderà ed infine uno a Bojano, mio paese natio, presso il Déjà Vu. Locali che devo ringraziare molto. È, anche grazie a loro, che ho potuto realizzare tre concerti bellissimi. Se, però, non fosse stato per amici e famigliari ci sarebbe stata davvero poca gente nonostante fossero coinvolti artisti molto apprezzati non solo in Italia ma anche all’estero”.

In Molise, quindi, c’è cultura musicale? “Gli addetti ai lavori sono preparati. Molti, inoltre, non solo amano ma conoscono anche la musica. Il Molise è ricco di talenti ed è davvero un peccato che i fondi riservati all’arte siano sempre di meno. Ciò sta portando molti centri di cultura alla chiusura”.

Le chiedo, dato che è anche un insegnante, come si può educare un bambino alla musica? “Un buon mezzo, a mio avviso, sono la radio e la televisione. Sarebbe bello che tutti i canali lasciassero un poco di spazio anche a generi musicali non vicini al mondo del commerciale. A Sanremo mi sono reso davvero conto di quanto l’Italia  sia Pop. Piccole pillole di altro, però, potrebbero essere efficaci”.

Quanto è importante il ruolo degli insegnanti per far crescere gli alunni nella cultura? “Impartisco lezioni da quando ho 18 anni e ho insegnato sia in accademie private che in realtà pubbliche. Credo, però, che in entrambi i casi, la passione deve essere la stessa. Molti, infatti, nelle scuole statali si rilassano e ciò non è efficace”.

Ricorda qualche alunno in particolare? “Due che si chiamano Piermarino Spina e Marco Molino. Pensare a loro mi emoziona perché, come me, insegnano, si esibiscono in concerti live e fanno parte delle Percussioni Ketoniche. Quando penso a loro due, è come se rivedessi il mio percorso di vita”.

Perché lei è rimasto in Molise? “Nel 2000 ero pronto per volare a New York, però, in procinto di partire venne a mancare mio padre. Non so come sarebbe andato il viaggio fuori dall’Europa. Luca Santaniello, con il quale sarei dovuto partire, ha lavorato molto negli Stati Uniti. Rimanendo a vivere in Molise è andata bene comunque. Se tutti volassero via questa terra morirebbe, quando, in Molise si potrebbero fare davvero delle belle cose”.

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