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Enzo Tortora e il clamoroso errore giudiziario, nel libro ‘Lettere a Francesca’ la disperazione e la frustrazione dei sette mesi di carcere

L'assessore Emma de Capoa con Francesca Scopelliti

L’assessore Emma de Capoa con Francesca Scopelliti e l’attrice Palma Spina

GIUSEPPE FORMATO

Quarantacinque lettere in sette mesi di ingiusto carcere, che raccontano la speranza della giustizia, l’umiliazione di essere stato messo ingiustamente alla gogna mediatica, l’indignazione contro la stampa e la voglia di mare. Chiuse per trentatré anni in un cassetto, Francesca Scopelliti, compagna del presentatore televisivo Enzo Tortora, ha reso pubbliche nel libro ‘Lettere a Francesca’, le missive indirizzate all’amata durante la prigionia, dal 23 giugno 1983 al 17 gennaio 1984, quando furono disposti i domiciliari.

Il più noto personaggio televisivo di quel momento incappò in uno dei più clamorosi errori giudiziari, accusato da un pentito di essere un camorrista.

Il 15 settembre 1986 fu assolto in appello, sentenza confermata dalla Cassazione l’anno successivo. Tortora, però, morì, a causa di un tumore, il 18 maggio 1988.

Prosegue l’iniziativa ‘Leggo, Leggi, Léggi’, promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso e proposta dall’Unione Lettori Italiani.

Francesca Scopelliti, supportata dal pathos della voce di Palma Spina, ha raccontato la disperazione di quegli anni, ripercorrendo le tappe del calvario giudiziario di Enzo Tortora.

“Le lettere hanno trentaquattro anni – ha affermato Francesca Scopelliti – ma sono estremamente attuali, perché il sistema penale italiano non è stato mai corretto come dovrebbe. Io non avrei mai pensato di pubblicare le lettere che Enzo mi ha spedito nei sette mesi di carcere e sono rimaste chiuse nel mio cassetto per ben trentatré anni. Chi mi ha spronato a pubblicarle è stato il presidente dell’Unione delle Camere Penali, che mi ha ricordato come quelle missive non fossero private, bensì un patrimonio pubblico. Ripensando alle sue parole, così, le ho rilette e mi sono accorta, a distanza di tanti anni, che lo stesso Enzo quasi mi ha suggerito di pubblicarle. In una lettera dice che avrebbe scritto un libro, non appena in possesso di tutti gli appunti necessari, per far sapere alle persone quanto c’era da conoscere nella sua storia”.

“Il mio compito – scriveva Enzo Tortora in una delle lettere – è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali”.

“Mi sono occupata di non far disperdere la sua memoria – ha ricordato Francesca Scopelliticon la Fondazione Internazionale per la Giustizia Enzo Tortora. Questo libro mette a nudo quanto subìto in quei mesi e in quegli anni. Un errore grave dei magistrati, la cattiveria di un giornalismo antropofago, che se lo è divorato. I processi, spesso, vengono fatti in televisione e la stampa – ha concluso la compagna di Enzo Tortoraha contribuito a quello che fu un vero e proprio crimine giudiziario”.

“La drammatica vicenda di Enzo Tortora – ha affermato l’assessore comunale alla Cultura, Emma de Capoa, durante l’incontro – ha rappresentato un errore giudiziario grave. Per questo motivo, l’incontro con gli studenti è importante, perché loro devono capire che queste vicende, per quanto dolorose, non possono, tuttavia, farci perdere la fiducia nell’operato e nell’impegno della magistratura. Penso che senza la fiducia nella terzietà, nell’indipendenza e nella serietà della magistratura sia difficile che un ordinamento democratico, come il nostro, fondato sulla separazione dei poteri, possa sussistere”.

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