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Il filo di sangue che unisce il caso Moro con il destino del giornalista molisano, Carmine Pecorelli, ucciso a causa di scottanti verità in suo possesso

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Carmine Pecorelli

LUDOVICA COLANGELO

Ricorre oggi il 39esimo anniversario della notte del 9 maggio 1978. Ore drammatiche per l’intera Penisola, durante le quali, il bello della primavera, da poco sbocciata, svaniva dietro una delle pagine di storia più dolorose e buie degli ultimi 40 anni. In Sicilia, infatti, il giornalista e attivista Peppino Impastato stava conducendo, per l’ultima volta, la trasmissione Radio Aut e nel frattempo  in via Caetani  a Roma veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, rapito nel marzo dello stesso anno. Eventi  legati da un filo con tanti nodi, uno dei quali tocca anche il Molise. Si tratta di una finestra sul complesso caso Moro, che se fosse stata aperta, probabilmente, avrebbe potuto portare un gande raggio di sole nell’inchiesta.

Ad affacciarcisi è Carmine Pecorelli, nato a Sessano del Molise e assassinato il 20 marzo del 1979 forse a causa delle importanti notizie, di cui era a conoscenza, riguardo il rapimento e omicidio Moro. Sono diverse le firme nazionali che hanno parlato di Mino, così come veniva chiamato e, tra queste, anche Giovanni Cerchia nel libro “Il Molise e la Grande Guerra”.

Il professore dell’Università degli Studi del Molise, avvalendosi di diverse fonti, ritrae Carmine come una figura che, fin dalla tenera età, ha vissuto dal vivo la storia italiana. Il molisano, infatti, a soli 16 anni inizia la sua esperienza nella seconda guerra mondiale e, terminato il conflitto, nella prima metà degli anni ‘50, si laurea in Legge. È dopo qualche anno che, però, Mino decide di abbandonare il foro per donare la propria vita al giornalismo. Carmine, in questo modo, inizia a lavorare per la testata, con sede nella capitale, “Mondo d’oggi”, prima mensile poi settimanale di politica, attualità e cronaca. Un giornale in cui sono coinvolte personalità legate agli ambienti dei servizi segreti e con le quali Mino intesserà dei rapporti. Tra i diversi professionisti da poter citare, a riguardo, ci sono il primo e l’ultimo direttore della testata, rispettivamente, Paolo Senise e Franco Simeoni, entrambi schierati a destra e legati al mondo dei servizi segreti.

È il novembre del 1975 quando, l’oramai giornalista, Pecorelli approda alla loggia P2 per poi assegnare le dimissioni nel 1976. Sono questi gli ultimi anni di vita trascorsi da Carmine che, un anno dopo la cattura e l’uccisione dell’onorevole della DC,  perderà la vita per cause ancora incerte. Si tratta, infatti, di un omicidio ancora misterioso, ma in molti ipotizzano che il giornalista molisano era a conoscenza di informazioni importanti per il caso di Aldo Moro. Il motivo di questa previsione è legato agli scenari sconcertanti aperti dalle indagini sull’omicidio di Pecorelli. Si tratta, infatti, di un’inchiesta che ha coinvolto persone come il senatore Giulio Andreotti, condannato in appello nella seconda metà degli anni ‘90 insieme al boss e mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, Gaetano Badalamenti.

Negli anni successivi al provvedimento, però, la Cassazione annullerà la sentenza senza rinvio, lasciando la questione irrisolta. È così che a distanza di quasi quarant’anni, il caso di Carmine Pecorelli ancora non trova una verità giudizialmente accertata.

 

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