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Cronache marziane / Biotestamento e campane a morto. La differenza che passa tra vivere e sopravvivere

campane_biotestamentoCRISTINA SALVATORE

Campane a morto contro il disegno di legge sul biotestamento approvato pochi giorni fa alla Camera. La notizia è stata riportata anche sulle pagine di molti quotidiani a tiratura nazionale e ha diviso – come sempre accade quando si toccano questioni così delicate – l’opinione pubblica tra sostenitori e oppositori del gesto messo in atto da sei sacerdoti molisani che hanno fatto affliggere manifesti funebri riportanti la frase “Le campane suonano a morto perché la Vita è vittima della morte dall’aborto all’eutanasia delle Dat. Con queste l’Italia ha scelto di far morire, non di far vivere”.

Effettivamente che la vita sia vittima della morte non è una scoperta recente. Accade così da tempo immemore senza possibilità di scampo ma le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat), nel 2017, per tantissimi sono come gli accendigas elettrici all’epoca della caccia alle streghe: impensabili. E comunque ognuno ha il diritto di esprimere le proprie idee e convinzioni come meglio crede, soprattutto se ha a cuore le sorti di un malato terminale in preda a sofferenze inenarrabili o quelle di una persona in stato vegetativo da anni, cosciente di restare così per sempre, senza margine di miglioramento.

Le parole magiche in questi casi dovrebbero essere “immedesimazione” ed “empatia”, quel tanto che basta per comprendere come riuscire a grattarsi la testa da soli sia un dono non così scontato.

Provare ad indossare i panni del malato e quelli delle persone a lui più care per coglierne il percorso sofferto fatto di scelte difficili, spesso non comprensibili, è invece una dote. Ad ogni modo, la gente che siede sulle poltrone del potere non lo fa a titolo gratuito ma è lautamente ricompensata da ogni singolo cittadino attraverso sacrifici, sudore e rinunce per lavorare. Immaginiamo se questi fossero in Parlamento, ogni giorno, a discutere su come perdere peso con la dieta della porchetta o in che modo cucinare la ribollita invece di pensare a risolvere i problemi del popolo. Se ignorassero sistematicamente i bisogni, le richieste di attenzione e le problematiche del quotidiano, così: “l’altro giorno quel povero disgraziato si è fatto accompagnare in Svizzera per mettere fine alle sue sofferenze. Non è morto neanche a casa, vicino al gatto e al criceto, ma a centinaia di chilometri di distanza! Vabbeh, senti ma nella zuppa ci metti anche il sedano oppure ci infili due cetrioli tanto in mezzo a chili di cipolla il sapore è simile?”.

E allora ben vengano i Dat o tutte quelle disposizioni che regolano pratiche diffuse e fondamentali a tutela della libertà di ogni individuo. Perché qui in discussione c’è il concetto stesso di vita. Se trascorrere le giornate attaccati a tubi e macchinari per bere e mangiare, fermi su un letto a contemplare il soffitto tra dolori e angosce, si può chiamare vita… allora uno stupro lo si può appellare “scivolata sui genitali altrui”. E basta davvero poco per trasformare un diritto inalienabile in un incubo inenarrabile.

Ma pensarla diversamente sulle questioni che riguardano altri, è cosa diffusa e all’ordine del giorno. Ammirabile comunque la determinazione di quelli che si schierano contro chi pecca di presunzione tanto da ritenere di poter scegliere se vivere o morire senza aspettare la volontà divina. Sarebbe altrettanto ammirevole sentir suonare le campane a morto e leggere manifesti posticci ogni volta che una donna viene stuprata, un minore abusato, un ragazzo emarginato per aver amato una persona del suo stesso sesso. Perché, forse la questione non è abbastanza chiara, ma la vita può essere distrutta anche così se i colpevoli vengono protetti, nascosti o trasferiti e le vittime abbandonate a loro stesse, attraversate continuamente dalla lama del giudizio altrui come una condanna: espiazione di una colpa che non c’è. E chi non lo sa, avrà l’impressione di incontrare corpi che camminano, che parlano, che bevono un caffè. Corpi in vita, fuori,  ma morti, dentro. E’ la differenza abissale tra vivere e sopravvivere. 

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