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Giornata della Memoria / Giovanni Tucci: “Con quel numero nel campo di concentramento persi la mia identità”. Il racconto del deportato molisano

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Giovanni Tucci

LUDOVICA COLANGELO

Un atlante come compagno di viaggio per osservare tutte le montagne, i prati e i fiumi attraversati durante la seconda guerra mondiale. Un atlante che si rivela il detentore di quella che può essere definita la tragedia della tua vita e dell’umanità intera. Nel Giorno della Memoria, oggi 27 gennaio, il molisano Giovanni Tucci, 95 anni funzionario regionale in pensione, torna ad attraversare le ferite della sua vita, mettendole a nudo e rivivendo la sua triste permanenza  in un campo di concentramento polacco.

“Era il 29 settembre del 1943 ed io tagliavo il traguardo dei 20 anni. Pochi per assaporare tutti gli aspetti della vita, ma abbastanza per rendersi conto che il patriottismo senza regole, la prospettiva  della guerra per un mondo migliore e la dittatura non sono ideali così giusti e sani. La mia adolescenza è stata segnata da tanti eventi sconvolgenti”, ricorda con lucidità Tucci.

“Ero a Roma nel luglio del 1943, quando, da poco militare, raccoglievo le macerie delle case distrutte dai bombardamenti. Tanti pezzi di cemento che di colpo son crollati giù come gli animi degli uomini, all’ improvviso, consapevoli di aver creduto, per tanto tempo, in una pazza ideologia. In quei momenti, però, ero ancora orgoglioso di prender parte al secondo conflitto mondiale. Non mi rendevo conto che avrei combattuto contro dei ragazzi con le mie stesse speranze e  ideali di pace. Questo lo compresi solo nel settembre del 1943, quando fui spedito in Grecia. Nei ragazzi di Atene rivedevo me stesso e, solo allora, mi resi conto di quanto sia perversa l’idea della guerra”.

Fu forse quella consapevolezza e la voglia di far rientro in Italia che gli costò la cattura dei tedeschi e la deportazione in un campo di concentramento in Polonia. In quel luogo degli orrori, Tucci ci arrivò giusto il giorno del suo ventesimo compleanno.

“Era un giorno di pioggia, – ricorda – faceva molto freddo e ci sistemarono in delle baracche. Ogni giorno venivamo svegliati alle cinque del mattino e i soldati tedeschi che ci contavano. Ognuno di noi aveva un numero. Io, il mio, lo imparai subito, nonostante fosse in tedesco, e lo ricordo ancora: 41mila 285”.

“Con quel numero -riflette – persi l’ identità, imparai a sentirmi un pezzo, non più un uomo. Lavoravo più di otto ore al giorno in una miniera che raggiungevo a piedi, per mesi la mia saliva è stata nera. Mangiavo pochissimo. La fame è un tarlo che porta al reclamo non solo lo stomaco, ma anche il cervello. In mancanza di cibo, la mente pensa sempre al desiderio di mangiare.  Puzzavamo di fame, eravamo come delle ombre. I tedeschi volevano mettere alla prova la nostra resistenza, la loro mente era perversa”.

Così come perverso fu il modo in cui, in quel campo di concentramento, l’allora ventenne Tucci, insieme ai suoi compagni dovette espiare l’anniversario della marcia su Roma. “Ci fecero stare – rammenta – quattro giorni senza cibo. Un premio per la prigionia”.

Durante tutto il periodo di prigionia il deportato molisano si sentirà sempre e solo un numero, un pezzo e quell’identità ormai persa a soli vent’anni, la riconquisterà a fatica. Lo stesso sforzo gli servirà anche per abbandonare il timore quotidiano della morte.

“Ho riacquistato la mia identità ed un poco di forza solo dopo il 27 gennaio, quando, diventammo cobelligeranti dei Russi. Loro ci trattarono da uomini e allo stesso modo delle truppe nazionali”.

Ma tutto quell’odio di cui è stato vittima uno dei tanti protagonisti dell’Olocausto gli ha insegnato una cosa su tutte: non odiare più nessuno.

“Ho compreso che la guerra è una tragedia inutile che non ha vincitori, una cancrena dice Tucci in grado di generare solo odio”. 

Dopo tanta sofferenza, una luce infondo al tunnel: quella della liberazione. “Quando ho visto il cancello del campo aperto avevo paura di uscire dalla mia baracca. Il campo – prosegue nel racconto – era diventato ormai come un grembo materno, avevamo paura dei Russi. Ricordo ancora un soldato tedesco che, con un ‘fucilino’ tra le mani, cercava di raggiungere le retroguardie. Aveva paura, era indifeso. Ho avuto pietà di quel ragazzo, vittima innocente di un conflitto di cui non era colpevole”.

Quando il deportato molisano tornò nella sua città era il 4 ottobre del 1945. “Arrivai a Campobasso in una giornata uggiosa, proprio come quella che mi accolse in Polonia. Le lacrime quel giorno – ricorda – si confondevano con la pioggia. Fu in quel momento che ebbe fine la mia croce. Piangevo, ma mi sentivo fortunato, a differenza di molti, io nella mia città d’origine, sarei stato accolto dai miei cari”.

Quelle piaghe di sofferenza condite dal tempo che è passato per Giovanni si sono riaperte in un altro giorno di dolore per la perdita recente della sorella. Ma Giovanni la disperazione per la morte la conosce troppo a fondo per impedirgli di poter raccontare un passato che non dovrà mai più tornare. E proprio nel giorno della Memoria, Giovanni pensa al suo rientro in città, dopo aver vissuto la brutalità della guerra, pensa che a soli vent’anni la vita non dovrebbe essere così atroce e, d’improvviso, “i ricordi in qualche momento – dice – mi sembrano dolci, sono la mia infanzia e giovinezza“.

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