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Cronache marziane / Molisani in vacanza: tra buffet da spiaggia, paesaggi esteri e la ricerca perenne del Wi-fi

vacanzeCRISTINA SALVATORE

E finalmente… ferie! La città di Campobasso si è svuotata e, incredibilmente, è diventato possibile trovare parcheggio anche in pieno centro. Addirittura c’è l’imbarazzo della scelta, tant’è che si vedono macchine girare a zonzo, senza sosta, proprio perché gli autisti non riescono a scegliere il posto giusto, causa abbondanza. E poi è risaputo che fare una scelta è piu complicato che sottostare a un obbligo. Una scena simile si vede solo al buffet dei matrimoni in Puglia, quando gli invitati fanno il giro dei tavoli (con gli occhi colmi di gioia) almeno quaranta volte prima di accumulare compulsivamente il mondo intero in un micro piattino da dessert.

Il litorale molisano ha registrato, in questa domenica appena trascorsa, un “sold out” che neanche i biglietti per il concerto di Beyoncé a Milano. Una fuga dalla città verso il mare imponente come quella dei fenicotteri in Sardegna a settembre.

Riconosci il molisano in trasferta perché al suo seguito porta tutto. E quando dico “tutto” è per lasciare libero spazio ai più creativi. Le persone normali, in spiaggia, fanno pranzo con una banale pesca o una fetta di anguria pur di mantenersi leggeri e potersi immergere in acqua ogni volta che se ne avverte il bisogno. Il molisano no. Noi piantiamo quattro ombrelloni vicini-vicini, una tenda da campeggio, sei materassini gonfiabili, dieci sedie richiudibili, otto lettini, un tavolo da pic-nic e tiriamo fuori il congelatore “Algida” con dentro ogni bene di lusso: dalle bevande (acqua, aranciata, coca-cola, birra, vino) all’insalata di riso; dalla lasagna da scaldare al sole alle cosce di porco cotte la mattina presto alle quattro. Il bagno? E che problema c’è? Se riusciamo a sopravvivere all’ingozzo senza cadere in terra stecchiti, possiamo superare tranquillamente un ammollo nelle acque basse, tiepide, brodose termolesi! Che poi non vale a nulla cercare di entrare in mare gradualmente quando orde di bambini sfrenati ti si tuffano accanto con la delicatezza di uno schianto aereo. E se hai il coraggio di girarti con la seria intenzione di affrontare lo sguardo dei genitori di questi ‘Poseidone’ nani, ti puoi solo accorgere che sono sulla riva a sbracciarsi per richiamare i piccoli mostri marini verso la merendina. Una merendina che segue di soli venti minuti il pranzo di un lottatore di sumo.

Un pensiero particolare invece deve per forza andare a quei compaesani che si recano in spiaggia totalmente depilati, con le sopracciglia scolpite e disegnate così da sembrare piccole rondini schiantate brutalmente sulla fronte. Non hanno un pelo su tutto il corpo, i capelli immobili, stuccati dalla gelatina e le unghie dei piedi spesse come i maxi mattoncini gialli lego. Non solo. Sono lì sul lettino con due braccia da culturisti professionisti e la panza da accumulatori olimpionici di Peroni. E se osi fissare troppo la loro donna mentre strizza violentemente le coppe del costume,  sono pronti alla rissa, alzando il braccio diametro “Torre di Pisa” su cui hanno tatuato “mamma ti amo”, in tutte le lingue del mondo.

Invece i fortunati che hanno avuto il privilegio di trascorrere le ferie all’estero sono i più pittoreschi. Sono quelli che cercano la pasta al pomodoro, cotta al dente, anche se soggiornano in Thailandia, dove il cibo tipico è uno spiedino fritto di cavallette con due ragni al forno. Si fotografano solo le cosce con il sole dietro e poi sui social pubblicano frasi tipo “paesaggi stupendi”. Annunciano in ogni dove il giorno di partenza, la durata della vacanza e taggano tutta la famiglia più i cugini americani di quarto grado. E, tornati in patria, si stupiscono se a casa sono passati i ladri a fare razzia. Postano mille foto delle pietanze che stanno per gustare e controllano incessantemente quanti “like” hanno ricevuto sulla cozza con le patate; dimenticandosi che sette giorni volano in un soffio e vivere il momento reale, conservarne il ricordo nella memoria, è molto più importante che perdere tempo a cercare disperatamente un angolo di spiaggia in cui prende il wi-fi.

 

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