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Cronache marziane / Tra sconti e occasioni irripetibili, il segreto è mantenere i nervi “saldi”

imagesCRISTINA SALVATORE

Ci siamo. Il momento più atteso di questa stagione è arrivato: sono partiti i saldi dell’ estate 2016. Aspettavamo tutti la notizia ufficiale e quando è stato confermato che da sabato 2 luglio finalmente avremmo potuto svuotare il portafoglio senza sentirci troppo in colpa, la sera prima non siamo riusciti a mangiare per l’emozione (o forse per farci calzare a pennello quel meraviglioso jeans strappato, taglia 38). Jeans che fino a qualche giorno prima costava quanto un week-end a Praga, hotel con prima colazione incluso. Che poi uno si chiede se il prezzo del capo è stato ragionato prima o dopo che asportassero un quantitativo ingente di stoffa dalle ginocchia, ma poco importa, basta che costi meno di quanto vale realmente e che lo stesso modello l’abbia acquistato la collega rosicona, a cifra piena, due settimane prima.

Quindi ci si sveglia all’alba per essere pimpanti, freschi e agguerriti già alle sette del mattino, per arrivare poco prima delle commesse, osservando da lontano, dietro una siepe, quel momento commovente in cui le addette alle vendite  si guardano intorno sospettose e cominciano a cercare le chiavi del negozio nelle gole profonde di una pochette. Un’attesa, quella di noi accalappiatori d’affari, che sa di eterno.

Tutta la vita ci passa davanti: il ricordo dell’ultimo costume comprato l’anno prima, ossia prima che ci regalassimo la quinta di seno;  quei bagni al mare con il trucco waterproof, che faceva così bene il suo lavoro che per mandarlo via bisognava  ricorrere ai solventi per vernice; e gli aperitivi al tramonto? Con il caftano bianco stile “attrice inarrivabile”, su cui il tuo compagno, per proteggerti, aveva stecchito una zanzara gonfia del sangue di qualcun altro. Lo stesso su cui, più tardi, i tuoi amici sbronzi hanno versato tutto il menù turistico “degustazione”, vino compreso;  la mente torna a quelle infinite corse sotto l’ombrellone, con i sandali Just Cavalli tacco ventimila (adattissimi per  una giornata in spiaggia), le cui orme sulla sabbia avevano scavato buchi talmente profondi da poterci infilare facilmente l’asta delle palme da spiaggia; sorridiamo ricordandoci del cappellino di paglia che ci ha accompagnato nei giri turistici in città, quello con il diametro che per dimensioni se la giocava con Saturno. Quello che avevamo in testa quando, girandoci di scatto, abbiamo buttato all’aria tutte le conchiglie souvenir  e le calamite di ceramica adagiate in alto sulle mensole delle botteghe artigiane.

E così, mentre ci perdiamo nei nostalgici ricordi di un’estate ormai andata, stropicciandoci gli occhi con le dita, all’improvviso realizziamo che la commessa non solo è riuscita ad aprire, ma è stata schiacciata al muro come lo stucco con la cazzuola da una folla di tarantolate. Di donne accompagnate da mariti-facchini incapaci di intendere e di volere, possedute da una soprannaturale voglia di depredare, saccheggiare e duellare coraggiosamente con il nemico. Perché quando si afferra insieme lo stesso capo di vestiario, alla fine non conta chi tu sia e cosa faccia nella vita. Dovessero riconoscere nei lineamenti decisi del nemico la loro dietologa o l’insegnante d’asilo dei loro figli, in quel momento, purtroppo, l’avversaria sta vestendo i panni del nemico e solo la più forte può e deve vincere. Il fatto che la concorrente sia oggettivamente più slanciata e, probabilmente, possa stare meglio a lei la gonnina a girocollo e il top ascellare, non conta. Non ha rilevanza alcuna, anzi, aumenta l’odio e la voglia di rivalsa.

Sotto i saldi, poi, compri di tutto, pure il tubino bianco a pois gialli nonostante tu abbia un sedere che da anni cerca il suo vero corpo. E poi, attenzione a certe commesse! Non tutte sono sincere come tua sorella o tua suocera. La prima ti avvisa sempre quando hai un pezzo di verdura tra i denti e hai appena sorriso all’uomo dei tuoi sogni incontrato in un locale, la seconda ti illustra, con due semplici battute, come quel nuovo taglio di capelli ti doni come il castoro sulla testa di Adinolfi . Alcune di queste professioniste del commercio ti potranno dire che stai benissimo con lo scamiciato a fantasie floreali, ma probabilmente ometteranno  il resto, ossia “se entri così in qualsiasi ristorante della terra, ti confonderanno con il tavolo”. E non vale porre loro dei dubbi legittimi tipo “Ma è sicura? Allo specchio vedo che mi fa difetto qui e un po’ là”, perché la risposta sarà “nooo, ma è proprio questo specchio che ingrassa. Consideri che ci sono anche quelle fastidiose luci nel camerino il cui fascio, dall’alto verso il basso, farebbe sembrare persino Belen Rodriguez una cosa curiosa, un pouf peloso! Le sta benissimo, mi ascolti. In tante l’hanno provato oggi ma questo capo credo sia stato pensato proprio per un fisico come il suo”. E quindi lo prendiamo. Lo prendiamo perché dall’originale prezzo di  120 euro (applicato sopra un altro prezzo, che stava a sua volta su un altro e prima su un altro ancora… e via così fino a quando la targhetta diventa alta come un vocabolario) ce lo siamo aggiudicate per  la metà. Un affarone anche se ci sta da schifo. Peccato che poi, fuori, il sole di mezzogiorno si comporti esattamente come un fascio di luce che illumina dall’alto verso il basso, dimostrando a chi ci incontra per strada come sia possibile che un pouf peloso, una poltroncina da camera a forma di parallelepipedo,  possa magicamente camminare e mangiare un gelato mentre sorride agli amici con un pezzo di prezzemolo tra i denti.

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