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Alla “Petrone” si è parlato di lotta alle mafie. L’assessore de Capoa: “Non abbassare mai la testa, anche a costo di una rinuncia”. Per il giornalista De Chiara “conoscere è un dovere per cambiare il futuro”

L'assessore de Capoa con la Dirigente scolastica Battista e il giornalista De Chiara

L’assessore de Capoa con la Dirigente scolastica Battista e il giornalista De Chiara

GIUSEPPE FORMATO

Una lezione sulla legalità agli alunni dell’Istituto Comprensivo “Igino Petrone” di Campobasso, la seconda in meno di un mese, organizzata dall’assessorato alla Cultura dell’amministrazione comunale del capoluogo. A interloquire con i giovani studenti, questa volta, è stato il giornalista e scrittore Paolo De Chiara, che ha presentato il suo libro “Testimoni di giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie”.

Al celebre motto del magistrato Antonino Caponnetto “la mafia teme la scuola più della giustizia” è stata incentrata la lezione di De Chiara, il quale ha trovato di fronte a sé un pubblico giovane, ma attento e interessato.

Ad aprire la mattinata è stata la Dirigente Scolastica, Maria Cristina Battista, entusiasta per questa iniziativa di portare nelle scuole i discorsi sulla legalità “il singolo è la comunità sono le due facce di una stessa medaglia ed è per questo motivo che, partendo dai più piccoli, occorre formare la mente dei cittadini del futuro, rivolta ai buoni principi”.

Presente alla mattinata l’assessore alla Cultura del Comune di Campobasso, Emma de Capoa, che ha sottolineato un concetto: “I giovani, il futuro della nostra società, devono crescere culturalmente, perché solo lo studio permetterà loro di poter contrastare chi vorrà imporre la propria volontà su quella altrui”. “Dovete camminare sempre a testa alta – il messaggio dell’assessore De Capoa, rivolgendosi ai giovani discenti – anche se ciò comporterà la rinuncia a quello su cui state lavorando con dedizione”.

Paolo De Chiara, il quale ha presentato orgogliosamente la sua fatica letteraria su una materia difficile, ha sottolineato ai ragazzi della scuola “Petrone” l’importanza del concetto di legalità e di come occorra prendere esempio dagli errori del passato per migliorare il futuro e sconfiggere tutte le forme di devianza della legalità.

Il giornalista molisano ha ripercorso alcune tra le tappe fondamentali della storia italiana in tema di lotta alle mafie, citando gli esempi di Lea Garofalo “una donna, nata in una famiglia di boss della ‘Ndrangheta, che ha avuto il coraggio di ribellarsi alla sua famiglia”.

“Hanno provato a cancellarne la memoria – le sue parole – ma oggi in tutta Italia a lei, simbolo della ribellione alla criminalità organizzata, stanno dedicando strade, piazze e biblioteche. Una donna che proprio a Campobasso, in via Sant’Antonio Abate, al civico 58, ha subito un tentativo di sequestro. Era l’aprile 2009; appena sei mesi dopo, il marito Carlo Cosco riuscì nel tentativo di liberarsi di una donna che aveva avuto il coraggio di raccontare agli organi inquirenti i segreti della ‘Ndrangheta. Il magistrato che condannò gli esecutori materiali parlò di vigliaccheria dei malviventi: sei uomini contro una donna sola. E oggi a essere tutelata deve essere la figlia di Lea Garofalo, Denise, una ragazza che, al pari della mamma, ha dimostrato tanto coraggio”.

De Chiara ha ricordato i tanti eroi, caduti sotto i colpi e la prepotenza della criminalità organizzata: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, Peppino Impastato.

“Queste sono le mafie” ha più volte ribadito De Chiara, il quale, parlando con enfasi agli studenti, ha ribadito il concetto fondamentale: “Conoscere per cambiare il futuro”.

Il giornalista isernino, nella sua lezione, non ha avuto indugi nel parlare di fatti e persone della storia politica contemporanea, sottolineando come per il sette volte Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, sia intervenuta la prescrizione e non ci sia stata l’assoluzione, oppure come siano andate distrutte le intercettazioni telefoniche tra l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro Nicola Mancino nell’ambito del processo sulla presunta trattativa tra Stato e Mafia. Quest’ultimo, un processo, sul quale sta lavorando il magistrato Nino Di Matteo, da venti anni sotto scorta, che per De Chiara è un giudice che starebbe subendo lo stesso trattamento di Falcone e Borsellino. Ovvero, sarebbe stato abbandonato dallo Stato, così come accaduto, secondo lo scrittore molisano, per il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale dopo aver sconfitto il terrorismo, fu inviato in Sicilia, per contrastare la Mafia, ma ben presto rimasto isolato nella sua battaglia contro Cosa Nostra, fino al giorno dell’agguato mortale.

De Chiara crede che ci sia stata una trattativa tra lo Stato e la Mafia, a partire già dal 1° maggio 1947 con la strage, a Palermo, di Portella della Ginestra, proseguendo in “una strategia della tensione che, sostanzialmente, è stata il leitmotiv dei decenni seguenti”.

“Il testimone di giustizia – ha spiegato De Chiara agli studenti – è un cittadino che osserva, subisce e denuncia, come lo è stato Lea Garofalo. Senza macchiarsi di nessun reato, decide di denunciare. Il collaboratore di giustizia, invece, è un ex affiliato a un gruppo criminale, che a un certo punto si pente e decide di collaborare con la giustizia. In molti casi, le testimonianze hanno portato all’arresto dei boss o a salvare diverse vite umane”.

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