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Storie di giovani / Dai freestyle con gli amici al campetto di basket di Ferrazzano, al suo primo disco: il rapper Andrea Cerullo, in arte JanahDan, si racconta. In ‘Onironautilus’ un viaggio metropolitano nella società di oggi

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Il rapper JanahDan

FABIANA ABBAZIA

JanahDan per il mondo della musica, che per gli amici resta il più familiare Andrea Cerullo è nato a Campobasso e nei suoi primi trent’anni ne ha già fatta tanta di strada. Cantante, musicista, scrittore ed autore, è in questi giorni emozionato per l’uscita del suo primo album ‘Onironautilus’ da qualche giorno ufficialmente in tutti gli stores digitali. Undici tracce in cui si mescolano riflessioni profonde e a volte allegoriche sulla società e sul costume, racconti di vita vissuta, sospensione della realtà, sana ironia per più piani di lettura, uniti da un unico filo conduttore: il viaggio.

Andrea vive nel capoluogo molisano insieme alla sua famiglia, quando inizia ad avvicinarsi alla musica soul/funk, proprio grazie ai vinili collezionati dal padre fin dagli anni settanta. Qualche anno più tardi sarà il campetto da basket della Nuova Comunità, un vecchio stereo con le cassette delle registrazioni di One Two One Two (la nota trasmissione radiofonica dedicata all’hip hop ndr), a divenire il contesto che fa da sfondo ai primi freestyle tra amici che, alla fine degli anni novanta, condividono la stessa passione per quel genere di musica.

Nella sua permanenza a Campobasso, Andrea fa parte del primo storico sound della città Ganja Smoka’. Finite le scuole superiori si trasferisce a Roma, dove all’Università ‘La Sapienza’ consegue la Laurea magistrale in Lettere e Filosofia, con indirizzo Spettacolo. Durante gli studi collabora con diversi artisti e i primi successi derivano dalle numerose vittorie nei contest di freestyle, grazie alle quali viene poi chiamato a partecipare a diversi e interessanti progetti e live. Tra quest’ultime esibizioni, ci sono aperture ad artisti di spessore del panorama italiano ed internazionale come Afu Ra, Almamegretta, James Senese, Tricky, Artificial Kid, Dub Sync, Ghemon, Rootsman.

Il giovane di Campobasso si trova così a collaborare anche con Soulcè, DeejWise e Smania Uagliuns, e saranno proprio quest’ultimi a condurlo verso l’etichetta indipendente ReddArmy e quindi verso il disco, nel quale gli stessi sono presenti in due pezzi. La maggior parte delle tracce di ’Onironautilus’ sono curate dal polistrumentista Shiny D (Torpedo, Voodoo Brothers), di altri quattro brani, invece, due sono prodotti da The Agronomist e due da VirtuS.

Prima di approdare all’album, però, la passione di Andrea per la musica corre parallelamente a quella per la scrittura che lo porta, nel 2011, a frequentare la Comics Scuola Internazionale del Fumetto, dove sotto gli insegnamenti del maestro Lorenzo Bartoli consegue, col massimo dei voti, il titolo in Sceneggiatura e Scrittura creativa. Da questo percorso otterrà due pubblicazioni nei panni di soggettista e sceneggiatore. Tutt’ora Andrea è impegnato in una collaborazione oltreoceano con la Mike Lanza Menagement, per la realizzazione di una storia a fumetti sullo storico gruppo hiphop di LosAngeles: Jurassic 5.

Uno stile di scrittura quello dei fumetti che in qualche modo riecheggia nel disco, la cui copertina è stata disegnata da Arturo Lauria e che sta già avendo un notevole riscontro di pubblico, al pari del singolo ‘Di notte’, il cui video è diretto da Matteo Montagna. Immagini, suoni e testi di cui ci parla lo stesso artista che nell’intervista a CBlive racconta un po’ di sé, della sua musica e del suo rapporto con la città di Campobasso.

Quando hai capito che nella tua vita la musica avrebbe avuto un peso fondamentale? “Quando ho smesso di dire che volevo fare l’astronauta. Quando ero piccolo, ogni domenica mattina mio padre metteva della musica rigorosamente in vinile sul suo personalissimo Technics a cinghia. Si passava da Tullio De Piscopo ai Meters e io mi lanciavo sul pavimento simulando inconsapevolmente una sorta di breakdance dall’estetica discutibile, ma sufficiente a farmi pensare: hey questa roba è molto più elettrizzante dell’apollo 13!”

I tuoi primi freestyle nascono a Campobasso, più precisamente al campetto di basket della Nuova Comunità. Sono gli anni novanta e con alcuni amici condividi la passione per l’hip hop. Che ricordi hai di quegli anni? Cosa è cambiato e, soprattutto, come sei cambiato tu? “Ho dei ricordi di spensieratezza. Sentivamo il bisogno di esprimerci, per esorcizzare la routine di una città, che soprattutto all’epoca, aveva poco da offrire ai ragazzi. Eravamo pochissimi a dedicarci a questa cultura. In quegli anni, o eri un ‘truzzo’ da discoteca o uno smontatore di motorini o, nella peggiore delle ipotesi, finivi in brutti giri. Noi ci eravamo creati una sorta di indipendenza da tutto questo coniugata con l’arte non solo dei microfoni, ma anche dello spray e del ballo. Da allora sono cambiate tantissime cose, i ragazzi si riuniscono più nelle piazze virtuali che in quelle di cemento. In realtà, anche io all’epoca avevo iniziato a scrivere i miei testi direttamente su computer. La digitalizzazione è stato un processo inevitabile che ha portato sicuramente a più informazione e propagazione. Oggi gli amanti della cultura hiphop a Campobasso sono tantissimi, tuttavia quando ero in giro con la mia ‘crew’ mi sentivo in famiglia, eravamo pochi ma saldi, oggi sento che questo livello di familiarità in parte sta scemando”.

Che rapporto hai oggi con la tua città e con il panorama musicale del Molise? Con la mia città ho un ottimo rapporto. Ovviamente mi riferisco alle persone che la popolano, molte persone mi seguono, molte non mi conoscevano ed hanno fatto un viaggio a ritroso scoprendo il mio nome tra antiche pergamene ingiallite nascoste nelle cripte dei sotterranei della Cattedrale. E’ bello tornare e vedere che c’è sempre più gente che si rimbocca le maniche e cerca di fare qualcosa di culturalmente, artisticamente e socialmente valido. Dai tempi in cui iniziai io, le acque si sono decisamente smosse, sebbene noto ancora un pò di diffidenza da parte delle istituzioni. Sembra quasi che se non fai la ‘sagra del cavatello’ loro non si muovono”.

Come nascono le tue composizioni e cosa fai quando ti senti ispirato? “Io sono un viaggiatore metropolitano. E come tale ho sempre dinnanzi a me l’operato della società, il suo status, le tendenze, le evoluzioni o involuzioni, i suoi diritti e i suoi soprusi. Perciò le mie composizioni nascono da qui, dal ‘noi’ inteso come razza umana. Poi nel mio piccolo tugurio sul pianeta Ultramar mi trasformo in alchimista astropate e cerco di modellare la forma migliore per esprimere ciò che avverto”.

Il 27 ottobre scorso è uscito il tuo disco: parlaci un po’ di quest’ultima fatica musicale. “Onironautilus è un disco di undici tracce ed è uno shakerato di funk, jazz e reggae, ma di matrice certamente hiphop, con tantissimi ospiti di cui musicisti, deejays, rappers e cantanti. Quindi la mia musica non ha una collocazione necessariamente catalogabile sotto un unico insieme. Con questo presupposto non è stato difficile trovare subito una sintonia con i membri delle etichette di RedGoldGreen e Reddarmy, in entrambi i casi il mio confronto è stato con persone che hanno una visione della musica a 360 gradi e questo è stato molto stimolante per me”.

Onironautilus: il titolo accosta una visione onirica all’immaginario sottomarino ideato dallo scrittore francese Verne. Perché questa scelta? “Concettualmente si tratta di un viaggio traslucido (onirico) attraverso questo veicolo che dà, appunto, il nome al disco. Il Nautilus è il famoso sommergibile di Verne, tuttavia è anche un tipo di conchiglia molto particolare che si riteneva estinta e che poi, invece, è stata riscoperta in seguito. Questa è un po’ anche la caratteristica della mia musica, che prende spunto dalla musica del passato (creduta estinta) ma che si rinnova riscoprendosi, e si spera, evolvendosi”.

‘Di Notte’, il nuovo singolo estratto da Onironautilus, in qualche modo parla di “notti in cui è possibile guardare oltre”. Oltre da cosa? “Oltre le inibizioni del giorno. E’ un’altra dimensione, è certamente il momento in cui togliamo gli abiti della nostra professione e siamo finalmente noi stessi, generalmente è un momento di libertà dalle sofferenze e dai pesi della vita. Non si può vivere solo di notte ed è questo che la rende speciale, tuttavia chi vive solo di giorno è come se vivesse a metà”.

Il videoclip è ambientato per le strade e i quartieri di Roma ed è stato girato da Matteo Montagna, che ha lavorato con artisti con Piotta, Amir e Adriano Bono. Com’è stato lavorare con lui e girare le scene? “Con Matteo ormai siamo amici. E’ stato lui a girare e montare tutti i miei videoclip ufficiali. Mi fido molto del suo modo di operare ed è veramente in gamba nel muovere la macchina. Mi trovo molto bene con lui, perché la mia creatività è compatibile con la sua, quindi spesso accade che riusciamo ad adeguarci alle situazioni tirando fuori idee anche all’ultimo secondo. A volte, ad esempio, può mancare all’ultimo un oggetto che ci serviva o, magari, una location non è utilizzabile per variegati motivi: in quei casi riusciamo sempre a venirne fuori con colpi di scena inaspettati. Nonostante sia decisamente faticoso, ci divertiamo molto quando siamo sul set dove ne possono capitare di tutti i colori, soprattutto se stai girando a Roma in zone più o meno popolate, dove il personaggio del giorno può sempre spuntare fuori da un momento all’altro”.

Sugli 11 brani del disco, qual è quello che meglio ti rappresenta o quello al quale ti senti maggiormente legato? “In realtà ho difficoltà a dire quale mi rappresenta di più. Sono tutti delle sfaccettature della mia vita ed escluderne una sarebbe come togliere un pezzo di me, tuttavia posso certamente ammettere che ‘Facce da photoshop’ è stato il trampolino di lancio per la scelta musicale ed il concept”.

Nella tua vita non solo la musica ti ha dato grosse soddisfazioni a livello professionale e personale, ma anche la scrittura creativa e i fumetti. Attualmente impegnato in una collaborazione oltreoceano con la Mike Lanza Menagement, per la realizzazione di una storia sullo storico gruppo hiphop di LosAngeles: Jurassic 5. Di preciso di cosa si tratta ? “Per questo sarò per sempre grato al mio compianto professore della scuola internazionale di Comics, Lorenzo Bartoli, che io definivo il Genio delle Tartarughe. Sicuramente è stato uno degli incontri più significativi della mia vita e, grazie a lui, ho acquisito la consapevolezza che avrei potuto scrivere e farlo decisamente bene. Ormai sono diversi anni che pianifico la conquista del sistema interplanetario Genoma IV con il mio collega di delirio Arturo Lauria, disegnatore tanto eccezionale quanto stra maledetto da Satana, con cui abbiamo condiviso la prima pubblicazione di una storia a fumetti da me sceneggiata e da lui disegnata. Da lì è nato un sodalizio molto saldo a tal punto che il buon vecchio Mike Lanza ha visto i suoi disegni e gli ha chiesto: hey questa roba spacca! Che ne pensi di fare una storia sui Jurassic 5?. Lui senza pensarci gli ha detto: ho anche lo sceneggiatore che si fa endovena di Jurassic 5. Parlava di me che effettivamente sono un fan accanitissimo del gruppo, adesso siamo in fase di sviluppo, perciò incrociamo le dita”.

Un consiglio ai giovani del capoluogo che vogliono fare musica? Il consiglio che posso dare a chi vuole fare musica, qualsiasi genere essa sia, è di studiare. Quindi andare ai concerti, comprare dischi, seguire le riviste di settore, oltre ovviamente ad allenarsi costantemente. All’esterno sembra che ormai fare musica equivalga a sapersi mettere in posa per i social network ma non è così. La musica deve andare oltre la moda del momento se si vuole fare questa professione. L’unico modo per convincersi di fare bene, è fare musica di qualità soprattutto in un periodo dove lo spam ci ricopre fino al collo. Non so se ci sarà una sdrammatizzazione di questo paradigma, non so cosa accadrà prossimamente, ma so per certo che se ognuno fa la propria musica, con passione e qualità, allora non potrà mai rimpiangere nulla quando la farà ascoltare ai propri nipoti”.

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