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‘Impara l’arte’ presenta William Mussini: la forza delle immagini

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Mussini intervistato da Marchetta

SERGIO MARCHETTA

Più che un artista oggi incontriamo una persona; più che un’intervista vogliamo intraprendere un viaggio a partire dalla libertà intellettuale ed espressiva che trasmette la sua arte. Wiliam Mussini non è un regista alle prime armi e rappresenta uno stile indefinibile ma definito se lo si scopre attraverso i suoi lavori; emana una creatività che trasferisce con versatilità dalla fase ideale a quella visiva. Sarebbe riduttivo dire che William si occupa di realizzare e produrre cortometraggi perchè invece siamo di fronte a una persona complessa (nel senso più creativo del termine), una di quelle persone con cui non è mai banale discorrere.

Quando ti trovi a dover creare un cortometraggio cosa conta di più: l’ispirazione o la curiosità?
“In assoluto l’ispirazione rappresenta la scintilla, l’innesco da cui parte ogni percorso creativo. E può arrivare in qualsiasi momento: guardando qualcosa che mi emoziona, ascoltando della musica che mi coinvolge particolarmente, conoscendo persone che mi trasmettono sensazioni interessanti. All’ispirazione segue la visione globale, mentale delle immagini che poi daranno vita, nella fattispecie, al cortometraggio”.

Dietro un’idea ispiratrice c’è sempre la necessità di comunicare un messaggio oppure capita che la casualità conduca le immagini fino a colpire intimamente chi le guarda?
“In tutto quello che realizzo ho la necessità di inserire un messaggio importante a livello esitenziale, sociale, talvolta politico. Questo fa parte un pò del mio “pessimismo cosmico”. Sono cresciuto ascoltando la musica di De Andrè e il teatro canzone di Gaber e questi sono i miei punti di riferimento avendone raccolto – a loro insaputa – l’eredità. Preferisco far riflettere piuttosto che far divertire”.

Quanto è penalizzante dover condensare tematiche importanti in un tempo così ridotto come quello che è tipico del cortometraggio?
“Ho la fortuna di avere il dono della sintesi e in passato ho scritto diversi racconti brevi e poesie; questo mi avvantaggia nel riuscire ad esprimere un concetto seppur complesso in poco tempo attraverso la metafora per esempio. Proprio per questo tipo di difficoltà il cortometraggio rappresenta un’ottima palestra; basti pensare che molti registi di rilievo hanno iniziato dal corto prima di arrivare al lungometraggio”.

Raggiungere l’equilibrio tra tecnica e passione nel tuo tipo di lavoro quanto è difficile?
“Conosco i miei limiti tecnici e anche quelli narrativi per cui riesco a gestire entrambi gli aspetti. Ma l’obiettivo resta sempre dare la giusta attenzione ai contenuti prima che ai mezzi che si hanno a disposizione per realizzare un’opera. Certo non potrei fare a meno di curare l’aspetto fotografico che rappresenta un caposaldo del genere cinematografico di cui mi occupo”.

Una delle tue “creature” che mi ha particolarmente attirato è ‘Il Maltolto’, un lavoro che sia per tematiche che per ambientazione e costumi rappresenta qualcosa di audace nel panorama globale dei cortometraggi.
“Si tratta di un corto realizzato nell’ambito di uno dei laboratori di cinema che periodicamente organizzo, in particolare la quinta edizione di ‘Short Movie’. In quella occasione decisi di realizzare un’opera in costume sfruttando il fatto che due delle partecipanti al laboratorio avessero un atelier di costumi d’epoca. L’ambientazione, pertanto, è quella di fine Ottocento; la location una casa stupenda di Ferrazzano messa a disposizione da Paolo Colesanti. Le tematiche raccontate sono la condizione femminile dell’epoca, la superstizione, la sopraffazione e il disagio subito dalla donna in una società maschilista”.

Ho provato ad accostare ‘Il Maltolto’ all’altra tua opera “A world in silence”: in entrambi i casi la parola si fa da parte per lasciare spazio alle immagini e ai suoni. Cosa prediligi curare tendenzialmente: i dialoghi o la colonna sonora?
“Qualora si tratti di un laboratorio non si può pretendere di affidare un copione agli allievi per ovvi motivi; pertanto preferisco investire sulle immagini, sulle espressioni mimiche e sui suoni. A prescindere da questa considerazione particolare mi piace produrre qualcosa che parli per immagini; se operi in un certo modo la parola può diventare addirittura superflua”.

Che cos’è il silenzio per te?
“Il silenzio in alcuni caso è d’obbligo! Spesso tutti parliamo senza pensare che sarebbe meglio tacere. E questa è la mia visione antropologica del silenzio. In natura, poi, esso rappresenta uno stimolo comunicativo ed espressivo da non interrompere.”

Tra i vari temi che hai affrontato c’è anche quello sempre attuale della violenza sulle donne.
“Questo tipo di violenza esiste da sempre. Io ho voluto mostrare quello che le donne a volte nascondono per una sorta di complicità involontaria. Oggi la donna è spesso portata a voler assomigliare ad uno stereotipo che la società maschilista impone e inconsapevolmente ne subisce danni drammatici. Si tratta di uno stupro psicologico che si attua attraverso una continua immissione di corpi femminili nella pubblicità, in televisione che tende ad annichilire la bellezza stessa in un sottobosco di storture. Se la donna non inizia a coltivare la capacità, la cultura, la coscienza, la dignità di comprendere che apparire in un determinato modo spesso non è una sua volontà ma una decisione altrui continuerà a subire questa imposizione malcelata”.

Cosa rovina il cinema e la società oggi?
“La volgarità. Credo che questa sia l’epoca della volgarità. Sono stati realizzati dei film dal profilo bassissimo che rappresentano una sconfitta per l’arte cinematografica che da sempre riflette la realtà e la società che descrive”.

Nella carrellata dei tuoi titoli ce n’è uno che mi ha letteralmente coivolto i sensi: ‘Fucking World’. Un minuto e mezzo denso, una sequenza frenetica che già alla prima visione conduce lo spettatore dalla curiosità all’ansia, fino ad arrivare a quel fastidio “positivo” degli ultimi secondi che portano ad un’apnea vera e propria. Come nasce questa idea?
“Dall’esigenza di abbattere qualche luogo comune, di provare a guardare il mondo al contrario. Nella fattispecie, attraverso la magnifica performance di Salvatore De Santis, siamo riusciti a tradurre in immagini l’ansia di un quotidiano fatto di nulla, l’alienazione, la falsità di alcuni valori che non sono tali, in un sussulto di rabbia e ribellione. Alla fine giunge la rivalsa e il protagonista del corto la esaspera attraverso una sorta di “suicidio al contrario” rappresentato da una fucilata metaforica verso l’occhio della telecamera. Tutto questo vorticosamente, attraverso 180 clip della durata di un secondo ciascuno o addirittura meno: uno stratagemma psichedelico, caotico che unito alle parole raggiunge un livello ansiogeno che produce l’effetto desiderato. E’ stato un corto accolto dalla critica, in particolare da Leopoldo Santovincenzo che lo ha elogiato come uno degli esperimenti più riusciti negli ultimi dieci anni nell’ambito del cortometraggio italiano. Poi mi ha fatto piacere che un gallerista turco lo abbia voluto presente come una sorta di installazione video ad Istanbul”.

Oltre alla tua attività di filmaker non hai risparmiato incursioni in ambito teatrale; uno dei testi a cui hai messo mano parlava di Apocalisse. Parlaci di quella esperienza e di quanto invece oggi siamo davvero in un’era apocalittica.
“L’apocalisse (quella che mi preoccupa) è iniziata dall’industrializzazione in poi ponendo le basi per un’autodistruzione irreversibile. Ma non voglio approfondirmi oltre. Per quanto riguarda invece lo spettacolo a cui ho lavorato insieme a Palma Spina si trattò di una rappresentazione ispirata proprio alla leggendaria profezia Maya sulla fine del mondo nel 2012. Mettemmo in scena due fortunate repliche presso il Teatro Savoia di Campobasso grazie a tanti bravissimi attori. Una bella esperienza grazie anche ai validissimi attori che la resero possibile”.

Tu vivi e operi in Molise: croce o delizia?
“In realtà il mio modo di fare cinema non è legato a un territorio, non faccio cose contestualizzate, parlo di argomenti che appartengono all’umanità in generale. Pertanto non mi sento limitato dalla regione in cui vivo. Quello che spesso limita, invece, è la carenza di interlocutori e di confronto per poter crescere professionalmente”.

Esprimi un desiderio.
“Con il rischio di essere anche io tra quelli colpiti auspico l’annientamento totale dell’idiozia”.

Questo è William: un creativo coerente, una persona a cui non piace essere personaggio, un rispettoso dell’arte e un filosofo nel senso etimologico del termine: desiderare di sapere per riuscire a comunicare. Senza riserve. Anche questo è imparare l’arte.

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