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Il Consiglio regionale approva la legge per gli incentivi all’editoria ma i pentastellati attaccano: “Combatte il precariato con armi spuntate e non tutela chi fa informazione”

I consiglieri Patrizia Manzo e Antonio Federico

I consiglieri Patrizia Manzo e Antonio Federico

Il Consiglio regionale del Molise ha approvato, a maggioranza con 13 voti favorevoli e 6 contrari e con votazione avvenuta per appello nominale, come richiesta dell’ex Governatore Iorio, la legge per il sostegno all’editoria.

“L’intervento – ha affermato in aula il relatore Nico Ioffredisi sostanzia nella erogazione di contributi ai soggetti che esercitano l’attività di editore da almeno due anni e che sono iscritti al Registro degli operatori della comunicazione, che hanno la sede, la redazione e la messa in onda in uno dei Comuni ricadenti nel territorio della Regione Molise, che realizzano prodotti editoriali periodici diffusi su stampati, online o mediante radiodiffusione sonoro o televisiva di notizie di rilievo regionale in misura non inferiore al 70 per cento, che sono in regola con gli obblighi assicurativi e previdenziali. Gli editori devono avere in corso rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato con un numero di giornalisti che varia a seconda del mezzo di informazione”.

La Regione Molise, per tali incentivi, ha previsto uno stanziamento di un milione di euro per ogni esercizio del triennio 2015-2017.

A spiegare il no alla legge appena approvata sono stati i due esponenti del Movimento 5 Stelle, Antonio Federico e Patrizia Manzo: “Le premesse erano buone. La nuova legge prometteva di eliminare l’albo regionale delle imprese operanti nella carta stampata; stabilire misure più efficaci per la tutela dell’occupazione giornalistica, criterio fondante per l’erogazione del contributo; migliorare il sistema dei benefici, modificando i criteri di ripartizione dei contributi. Invece niente di tutto questo. Certo, in qualche modo sono stati tutelati i contratti di lavoro a tempo indeterminato e allargata la destinazione dei contributi anche al web, ma in sostanza, per il MoVimento 5 Stelle, la legge pensa solo a creare un fondo di finanziamento pubblico all’editoria, legandolo a finalità che nulla hanno a che vedere con il contenuto dell’informazione.

Non rinveniamo un solo articolato che confermi in concreto i principi legislativi primari. La legge sembra combattere con armi spuntate il precariato e non soddisfa quei lavoratori del settore sempre più spesso lesi nella loro dignità. Mancano interventi in favore della competitività economica e investimenti per l’innovazione tecnologica o per il lancio di start up. Del resto lo sappiamo: chi ha in mano l’informazione locale ha enormi vantaggi politici e questa legge, nel tempo, sembra non riuscire ad assicurare la necessaria imparzialità con il rischio che quella propinata ai cittadini sia una realtà rivisitata, appannata, magari sminuita, dunque falsata: una realtà in bianco e nero che fa comodo solo a chi la produce. Ma il Movimento 5 Stelle attendeva anche una  legge con l’ambizione di affrontare, forse per la prima volta, il tema della qualità. Sarebbe stato interessante promuovere la vera qualità dell’informazione, magari attraverso un osservatorio partecipato di nuova generazione, che utilizzasse le competenze collettive per fornire alla commissione competente un innovativo strumento di valutazione dell’informazione regionale. Una sorta di organo esterno che valutasse l’operato degli addetti ai lavori. Invece nulla.

Per il MoVimento 5 Stelle, in definitiva, manca la tutela di chi fa davvero informazione, chi con professionalità e con competenze maturate in tanti anni di lavoro in trincea, tra precariato e mansioni sottopagate, combatte una battaglia in cui la qualità e la verità delle notizie soccombono alle logiche del mercato.

Per chi se ne fosse dimenticato, da sempre, il MoVimento 5 Stelle è contrario già solo ai contributi pubblici all’editoria. Il ‘no’ alla legge, insomma, è stato naturale”.

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