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Storie di giovani/ Ritrova le lettere che il suo prozio scrisse durante la Grande Guerra: ne nasce uno spettacolo teatrale. Anna Falcone racconta la storia del contadino-soldato dai sentimenti puri, protagonista de ‘Il cappello di Ferro’, in scena al Savoia

Grande-GuerraFABIANA ABBAZIA

Un plico di lettere dal fronte ritrovato per caso. Missive che parlano di un contadino di soli 21 anni partito per la Prima Guerra Mondiale. Una storia avvincente quella de ‘Il cappello di ferro’, in scena al Teatro Savoia di Campobasso dal 23 all’11 marzo con spettacoli per le scuole molisane, capace di narrare la purezza e la semplicità dei sentimenti di un giovane meridionale al cospetto dell’assurdità della guerra. 

La pièce, promossa in occasione del centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, dalla Fondazione Molise Cultura in collaborazione con la Compagnia Stabile del Molise, è tratta da ‘Un soldato contadino – lettere dal fronte 1915/1917’ di Anna Falcone, pronipote dell’autore degli scritti, che per caso un giorno si ritrova in mano un plico di circa 150 tra lettere e cartoline e, dopo averle lette una ad una decide di ricostruire la vita del suo consanguineo, che in guerra morì giovanissimo.

Giuseppe Serpone, nacque a Toro, il piccolo paese alle porte di Campobasso il 19 marzo 1894, venne arruolato nel 1915 nel 212° Fanteria, Brigata Pescara, Genio zappatori. Il giovane trascorse un iniziale periodo di addestramento militare a Chieti per poi giungere nella zona di guerra nell’aprile del 1916. Partecipò a importanti eventi bellici, tra i quali la presa di Gorizia dell’agosto del 1916. Morì a soli 23 anni, nel 1917. È sepolto a Caporetto.
Nelle lettere scritte dal fronte alla moglie, che aveva sposato da appena pochi mesi, e ai suoi genitori, descrive le dure condizioni di vita dei soldati, la sua angoscia per una pace che non arriva e il dolore per il distacco dai suoi cari.
Tanti sono i particolari che il ragazzo racconta anche su episodi molto importanti della “Grande Guerra” quali la conquista di Gorizia.
Giuseppe scriverà la sua ultima cartolina alla compagna il 6 giugno 1917 infatti, il giorno dopo, alle 10 di mattina, a quota 900 a Plezzo, nell’alta valle dell’Isonzo, in un luogo non lontano da Caporetto, resterà colpito a morte con una pallottola in fronte.
Dopo la sua scomparsa la giovane coniuge Maria Antonia, sposerà, secondo le usanze dell’epoca, Francesco, fratello di Giuseppe, sopravvissuto alla guerra.

A raccontare l’emozione provata per aver ritrovato dei documenti storici così importanti e come è nata l’idea di trasformare il tutto in uno spettacolo teatrale, è Anna, la pronipote di Giuseppe il cui ruolo è stato decisivo affinché questa storia dal contesto familiare approdasse a un pubblico più vasto e, in modo particolare, agli studenti delle scuole, chiamati a riflettere su importanti tematiche.

Come hai ritrovato queste lettere e come è nato il tutto?
“Le lettere scritte da Giuseppe, lo zio diretto di mio padre, erano state custodite per anni dalla vedova. Alla sua morte le aveva ereditate mia nonna e alla morte di quest’ultima, mio padre. Circa 6 anni fa mi sono capitate in mano per caso. Ho iniziato a leggerle tutte d’un fiato e pian piano ho ricostruito tutti gli avvenimenti di quell’anno e mezzo in cui sono state scritte”.

Hai fatto numerose ricerche, tanto da scoprire anche dove il tuo prozio era sepolto. Come ci sei riuscita?
“Dopo aver ricostruito gli spostamenti di Giuseppe e i dettagli degli avvenimenti storici che caratterizzano la sua esperienza, mi sono chiesta dove fosse sepolto questo giovane che dal fronte non fece mai ritorno a casa. In realtà, nessuno dei suoi familiari sapeva dove potesse trovarsi. Era quasi come se non si aspettassero più nulla oramai, ma dopo averlo conosciuto attraverso le sue lettere, ho deciso di ritrovarlo. Non è stato facile, ho dovuto interpellare il Ministero della Difesa, da dove mi è stato indicato il luogo della sepoltura: Caporetto”.

Dopo aver conosciuto il luogo in cui riposavano le sue spoglie cosa hai fatto?
“Nel 2012 ho deciso di recarmi sulla sua tomba, in Slovenia, per rendergli omaggio e riunirlo anche solo per un momento alla sua famiglia. Tra noi ci sono cento anni di distanza, eppure è quasi come se ci fossimo davvero conosciuti. Quella visita ha rappresentato per me una sorta di ricongiungimento”.

Cos’è la cosa che ti ha colpito maggiormente leggendo quelle lettere e, dai suoi racconti come te lo immagini il tuo prozio?
“Uno degli aspetti più suggestivi è la delicatezza con la quale si rivolge alla moglie. Con lei, ma anche con la madre, non fa mai emergere la crudeltà della guerra che sta vivendo sulla propria pelle. Le dice spesso che sta bene e le raccomanda di non preoccuparsi per lui. Le descrive le alture della Majella con un’assoluta semplicità e meraviglia, tipica di un contadino che non ha visto altri luoghi oltre a quello in cui è nato. Dalle sue parole traspare l’amore che ha verso i suoi cari e le attenzioni che riserva loro, ai quali non confida spesso le angosce più atroci che nutre sotto il rumore delle bombe. Per questo me lo immagino come un contadino, diciamo così, dai sentimenti delicati. Un’immagine che quasi stride con l’idea che si ha di chi a quei tempi lavorava in mezzo ai campi”.

La violenza della guerra non esplode mai nelle sue parole?
“Si emerge, ma in realtà Giuseppe si sbilancia di più nell’aspetto tragico della guerra nelle parole che dedica a suo padre, forse in quanto uomo. È a lui che racconterà come il 15 agosto del 1916 sia stato ferito in maniera seria. Subito gli dirà di essere stato fortunato a indossare in quel momento il ‘cappello di ferro’. Lo chiama così l’elmetto che ha sulla testa. Un modo di dire tipicamente contadino, che ben rappresenta chi in fondo pur in un altro contesto, resta legato alle proprie origini e alla propria semplice dimensione. Un particolare questo, dal quale è nato il nome dello spettacolo. Un modo di dire che mi è sembrato ben rappresentare quel Giuseppe che ho avuto modo di conoscere, attraverso i pensieri che è riuscito a mettere nero su bianco”.

Una storia quella del tuo prozio che è diventata uno spettacolo teatrale. Che rapporto hai avuto con il regista Emanuele Gamba, con gli attori e quanto credi che ciò che è stato messo in scena abbia rispecchiato l’idea che avevi di questo personaggio?
“Credo che il regista abbia davvero colto nel segno e messo in scena tutto ciò che io mi ero prefigurata, privilegiando la dimensione umana della storia. Sono estremamente soddisfatta anche dell’attore che ha interpretato il ruolo di Giuseppe, il giovane Giulio Maroncelli, che mi ha confidato di essersi sentito molto vicino al suo personaggio. Uno degli aspetti davvero suggestivi inseriti nel copione dal regista è stata poi la lettura di alcune parole che il generale Cadorna aveva indirizzato nelle sue missive alla moglie, pensieri che stridono fortemente con quelle di Giuseppe e che hanno l’effetto di rappresentare nel migliore dei modi l’assurdità della guerra”.

Lo spettacolo andrà in scena per il pubblico del capoluogo il prossimo 19 maggio, mentre fino all’11 marzo gli spettacoli sono dedicati esclusivamente alle scuole molisane. Qual è il messaggio che vuoi arrivi ai giovani?
“Questo è uno spettacolo che non vuole avere solo una funzione commemorativa, ma intende aprire un varco per riflettere e raccontare, attraverso la vicenda umana di un giovane, avvenimenti che hanno modificato irrimediabilmente gli assetti del mondo contemporaneo. Inoltre, vorrei che gli studenti possano fermarsi a riflettere su quanti giovanissimi hanno dovuto, in quegli anni, affrontare la guerra e quanti al fronte hanno perso la vita, proprio come mio zio. Ecco, vorrei fossero questi i messaggio che arrivassero loro”.

 

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